Fossero solo gli sguardi.

Pubblicato: 22 dicembre 2010 da osteindelirio2010 in Uncategorized

Il problema è che poi ti s’insinuano nella mente e scavano, scavano. E poi si mettono lì, nascosti. Come quegli occhietti che ti osservano da dietro i cespugli.

E sono proprio quegli sguardi, voglio dire, quel tipo di sguardi. Quelli a cui sai che non puoi sottrarti a lungo.

Intanto tu vai avanti, fai finta di niente, cerchi di dimenticare. Magari passano, ma sì, anche otto anni.

Ma loro sono lì attenti, e quando passi di lì, perché prima o poi passerai di lì magari inseguendo qualche pensiero o qualche ricordo, ecco che spuntano fuori.

E sostenere quegli sguardi, quando sei solo nella selva oscura dei tuoi pensieri, non è facile.

Per quello andiamo sempre in giro con qualcuno, per avere un sostegno, una compagnia, ma soprattutto per avere la possibilità di guardare da un’altra parte.

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commenti
  1. Ro Bianchin ha detto:

    Tutto parte sempre da uno sguardo.
    Da una muta e banale richiesta per un bisogno primario, al grido disperato di Luke Skywalker quando scopre che suo padre non è il migliore dei Jedi : andiamo in edicola, chiediamo una rivista e lanciamo uno sguardo. Anche se poi, appena usciti, nel novanta per cento dei casi non avremo idea della faccia dell’edicolante.
    Aveva gli occhi chiari? I baffi? Masticava il chevingum o aveva gli occhiali calati sul naso?
    Non si sa. Intanto, gli abbiamo dato uno sguardo e forse gli unici ad aver notato qualche dettaglio sono proprio gli stessi occhi che tante, troppe volte non comunicano a dovere col cervello.
    E poi ci sono gli sguardi che, al cervello, arrivano diretti come un pugno allo stomaco.
    Sguardi.
    Incredibili, le sinapsi, vero? Milioni, miliardi di minuscoli elementi elettrici che insieme riescono ad evocarci altrettante immagini.
    Uno sguardo di quelli giusti, e le sinapsi lavorano per ore, giorni, mesi, o anche anni. Come dice l’Oste In Delirio.
    Eppure, pur accompagnati da quella moltitudine di attivissime particelle neuronali, è proprio come dice Vasco. Siamo soli.
    Siamo soli.
    Siamo soli.
    E uno sguardo, uno di quelli dati nel modo giusto, fa lavorare gli occhi per qualche frangente, passa al cervello e poi fa compagnia alle nostre sinapsi – ma il nostro io, il nostro più profondo senso dell’essere, rimane solo.
    Sempre in attesa del prossimo sguardo.

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