Blamm! (Per Luca Briante – Oste In Delirio , bassotto mannaro)

Pubblicato: 4 febbraio 2011 da Ro Bianchin in Editoriali della settimana


Vi ricordate i vostri – primi – quindici anni?

Chiudete gli occhi. Sono certa che, se vi impegnate, potete sentirne l’odore: scarpa da ginnastica a parte, ecco affiorare l’arrosto di vostra madre che impegnava la digestione domenicale, il profumo  che portava quella ragazza là, quella del penultimo banco, e l’odore della carta appena bagnata di evidenziatore fresco, durante l’estate – quell’ultima, fantastica e drammatica estate – della maturità.

Mi sono spesso domandata cosa sia il collante che tiene legati i ricordi nel nostro cervello e li “aggrega” in insiemi e sottoinsiemi che in quanto a variabili farebbero impallidire Margherita Hack.

Voglio dire, sei lì, mangi la tua cotoletta freddata e le tue patate al forno malamente scaldate al microonde e – BLAM! – con tutta la potenza di un quadro che cade alla Baricco, ecco che il ricordo fuoriesce dal tuo cervello e si pianta con insistenza davanti alla tua portata principale. Bloccandoti, peraltro, ogni genere di appetito.

Il vento caldo che accarezzava le corde dell’altalena, al parco giochi. Il pomeriggio della mia maturità, lo stesso giorno in cui avevo finalmente scoperto cosa volevo fare nella vita: sorprendere la gente all’ultimo. Lasciarla senza fiato. Farle credere di non essere che una mezza sega, elogio della mediocrità, salvo poi sparare il fuoco d’artificio più grande alla fine della serata.

Del resto, era andato più o meno così anche quell’esame. Cinque anni, più uno di ripetizione  che – si sa – fa sempre bene, se si hanno un quattro in matematica e un cinque in fisica, e mai uno stupido e minuscolo punto che fosse salito sopra il “dalseialsette” politicamente datomi da tre diverse prof di Italiano.

Cinque anni, più uno, passati a sentirmi dire che “sì, scrivi correttamente ma sei fredda, cupa, triste, pesante,pesante, pesante” da gente che riteneva  che “Rosso Malpelo” fosse una letturetta fresca fresca da salottino di alta borghesia. Da sciuretta dal parrucchiere, per intenderci. Povero Verga. Pesante, pesante, pesante.
Con i suoi personaggi sfigati e i suoi carichi di lupini.

Cinque anni, più uno, ad essere bollati come “insignificante” da gente che non stimavi più di quanto avresti stimato una deiezione canina.

Cinque anni, più uno, passati nel brodo caldo della mediocrità e poi – quel 17 luglio 1998 – il botto finale del tema di maturità. Su 300 maturandi, caddero solo tre giudizi a pieni voti.

Uno fu il mio.

BLAM! Il quadro che la  prof si era fatta di me crollò con un botto che ancora oggi riecheggia nei meandri dei miei insiemi e sottoinsiemi.

BLAM! Sei lì, tranquillo, affetti la tua cotoletta ormai gommosa e un sorriso ebete ti si stampa in faccia quando sì, una persona che stimi e ami e rispetti e apprezzi come il migliore degli amici ti ha appena detto che scrivi bene, che hai scritto cose meravigliose e che puoi farcela.

Tutto il resto, non ha sapore. O – perlomeno – ha quello di una cotoletta scaldata troppo tempo fa.

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