
Da piccola ho frequentato le medie inferiori dalle suore.
Sì. Lo ammetto. Per tre anni ho cantato nel coro scolastico come voce di testa, e dalla mia bocca ormai sacrilega sono uscite
canzoni del calibro di “Uno mi ha detto che i fiumi” o “Kumbaiaaaamaiiilooord…”al ritmo di 20 minuti ogni giorno, dalle otto
e dieci alle otto e trenta del mattino.
Aula di canto.
Prima fila (Mai saputo, tra l’altro, se tale posizione di rilievo mi fosse data dalla particolare ugola d’oro o dalla mia infima
altezza espressa in centimetri ma anche facilmente esprimibile in millimetri).
Durante questi tre anni portentosi, fatti di polpette di carne dalla dubbia essenza e prontamente trafugabili per una rapida
infilata nelle tasche del grembiule, fatti di partite di calcetto guardate dagli spalti all’inizio e alla fine vissute in sana
promiscuità coi miei compagni di squadra – peraltro quando ormai era troppo tardi e il mio culo cominciava già ad essere
notabile non solo per lo scatto alla Shevchenko, fatti di “ritiri spirituali” in località esotiche dai nomi sconosciuti e boschivi,
fatti di gettoni per la macchinetta delle merendine, fatti di baci rubati nei locali del refettorio, fatti di scarpe di vernice coi
cinturini alla caviglia, fatti di gonne blu a pieghe e camice bianche, fatti di risate, gioia, senso dell’amicizia ma anche di
sacrificio, punizioni assurde, atti ribelli, gravidanze di amiche, fughe di altre, lotte tra molte e discussioni con tutte,
ho vissuto parecchi momenti che ricordo con intensa lucidità, ma uno più di tutti ha colpito la mia area dei ricordi e si è
cementato con la forza e la violenza di una pietra miliare del cinema.
Sto parlando del giorno in cui andai dall’economa (e poi, perchè chiamarla “economa”? Di economico non aveva proprio
niente) per comprarmi un nuovo quaderno, e scelsi lui. Scelsi lei. Scelsi entrambi.
Avvinghiati in primo piano, con un vortice di fiamme sullo sfondo e stretti in quella posa che fece la storia del cinema
romantico mondiale.
Scelsi Rossella O’Hara e Rhett Butler.
Clark Gable e Vivian Leigh.
Ovviamente tenni il quaderno per i miei pensieri e le mie prime ingenue creature pseudo-letterarie (ah, quanto pagherei per
riaverlo ora, per non averlo lasciato sparire nel tempo!) e continuai a svolgere gli esercizi di grammatica sui fogli protocollo
pinzati in alto a destra da mia madre.
Mi prendo la briga di portare avanti qui, in questa sede e in questo momento, la rubrica cinema-related Filmorror.
Inizio con il film che segnò il mio battesimo come scrittrice. Ma, se preferite, scribacchina, scrivana, riempirighe, stracciacazzi,
imbrattafogli e quant’altro.
Inizio con un film che finisce con una premessa che già va da sè: domani è un altro giorno.
Ebbè.
Mi sembra abbastanza chiaro.
E – se mi permetti – anche piuttosto normale. Al di là dei pochi sfigati che vivono nella zona dei poli, ogni volta che abbiamo il
piacere di posare la testolina sul cuscino e di passare la mezzanotte – voillà! Ecco che arriva l’altro giorno.
E la rata del mutuo si avvicina.
Più o meno, in ciccia, il filmazzo si sviluppa così: Sud degli Stati Uniti, 1861: due ricche famiglie di possidenti terrieri, gli
O’Hara, nella loro proprietà “Tara”, e i Wilkes nella vicina tenuta de “Le Dodici Querce”, vivono spensieratamente e in modo
mondano. (e qui anche Wikipedia è d’accordo con me)
Un giorno Rossella O’Hara viene a sapere che Ashley Wilkes ha intenzione di sposare la propria cugina Melania Hamilton,
donna dallo spessore emotivo paragonabile ad una sottiletta Fila&Fondi e dall’uso quantomai parsimonioso del fard. Rossella,
manco a dirlo, si prende parecchio male (per usare un eufemismo) e corre dallo stupido Ashley a dichiarargli il suo amore,
cercando di raggiungere il suo livello di cretineria pensando di riuscire a bloccare le nozze.
Ashley, però, ammette a Rossella di volerle bene ma di trovarla carina quanto un attacco di labirintite, e quindi di non essere
prettamente d’accordo nel convolare a nozze con una che ha il potere di spaccare vasi, porte e coglioni con un battito di
ciglia.
Rhett Butler, un mandriano strafico con tanto di baffo plastico e fronte corrugata, assiste alla reazione poco signorile di
Rossella, e – ovviamente – se ne innamora perdutamente trovandola fine, educata e posata proprio come si compete ad una
signora.
Peccato che, pur essendo un film d’amore, la guerra faccia il suo ingresso costringendo Ashley a partire per il fronte della
secessione. Rossella, per fargli un gran dispettone e rendergli facile e divertente la partenza, convola a nozze con l’insipido
fratello di Melania e nel giro di pochi minuti è già una moglie infelice e potenzialmente infedele.
La guerra è un disastro e un tripudio di sfighe per i poveri sudisti: mentre Rossella si consuma di preoccupazione per
Ashely-l’amorfo, il suo neomarito Hamilton schiatta in modo infame per un attacco di rosolia.
Esatto. Rosolia. Non una pallottola in testa.
Nè una fucilata tra capo e collo.
Nemmeno una ben più dignitosa badilata sul culo.
Un attacco di rosolia.
E va bien.
Rimasta vedova, Rossella si trasferisce ad Atlanta , dove vive Melania con la zia, nella speranza di poter vedere Ashley.
Mentre l’insipida Melania sta per partorire il figlio insipido del marito insipido, i nordisti attaccano la città e Rossella segna
un’altra tacca sulla pistola nel momento in cui comincia a fare la crocerossina controvoglia e a vegliare sulla cognata ormai in
fin di vita.
Ancora una volta qui compare il gnoccolone Rhett Butler che, prese su le due donne, le porta in salvo attraversando la città
in fiamme e dimostrandosi ancora piu’ fico del previsto.
Come ciliegina sulla torta, infine, confessa il suo amore per la bella e cretina Rossella e, stringendola nell’abbraccio
appassionato di cui sopra, dà vita a quell’immagine che tanto mi piace e ha segnato la mia infanzia.
Evidentemente Rossella non gradisce quanto me quell’approccio e, infatti, manda praticamente affanculo il bel mandriano e
gli dice di partire chiaramente per la guerra sperando pure di restarci secco – tanto col cavolo che gliela darà, al ritorno!
Giunta di nuovo a casa, Rossella trova la sua amata Tara (il nome della cascina) immersa nella merda più assoluta: i soldi sono
finiti, la madre è morta e il padre è diventato sciroccato e potenzialmente pericoloso almeno quanto Platinette.
Rossella assume il ruolo di capofamiglia e per la prima volta si mette a lavorare scoprendo che sì, quando la carta igienica
finisce, c’è bisogno davvero di qualcuno che metta un rotolo nuovo sul porta-carta igienica!
Improvvisamente esperta di cotone e piantagioni, Rossella aumenta la produzione della famiglia (incrementando pure il
lavoro minorile e spianando la strada a tutta quella serie di lavoretti di cui ancora oggi i cinesi sono detentori record) ma
nonostante la sua buona intenzione le tasse la abbattono e manca poco che l’ufficio di igiene faccia irruzione nei locali degli
schiavi.
Ma tant’è. Lei, oramai, è una donna di fatica e si è quasi pure rassegnata a cucirsi i vestiti coi tendoni del salotto buono pur di
accudire i reduci del fronte e di aiutarli a sopravvivere.
Tra questi, un giorno, compare lo stupido Ashley, che comincia a lavorare a Tara come pitturatore di culi di gallina, date le
sue attitudini.
Grazie anche all’impegno di Ashley, le cose per Tara vanno sempre peggio, finchè Rossella non si rassegna a raggiungere il
bel Rhett Butler per chiedergli un prestito.
“Me la dai?” – le chiede il madriano, sorridendo sghembo.
“Assolutamente no. Piuttosto la morte.” – risponde lei, sicura di sè.
“Allora ti scordi la bustarella” – dice lui, arrotolandosi i baffi.
“E te ti scordi il bunga-bunga per i prossimi ventidue anni.” – risponde Rossella, girando i tacchi e tornando a casa.
Per arricchire il curriculum, poi, Rossella frega pure il ricco fidanzato alla sorella Susele e se lo sposa, ma visto che niente
niente porta un pochetto sfiga, il povero secondo marito ci rimette le bacchette durante una sparatoria per un regolamento di
conti. Anche lo stupido Ashley, durante il casino, rimane ferito, ma – indovina! – ecco che interviene il buon Rhett e salva di
nuovo la pelle ad entrambi.
Rhett, finalmente, dopo questa sortita alla Action Man riesce a sposare Rossella e – udite udite – a farci del sesso.
Dopo nove mesi, i due hanno una bambina, Diletta, che però – essendo figlia di Rossella – muore impietosamente cadendo da
cavallo non prima di aver urlato al mondo “Cazzo, che sfiga di merda essere nata in questa famiglia! La prossima volta
rinasco cicala!”.
Pure Melania, per non essere da meno, alla fine riesce a morire con una pietosa scena strappalacrime e in seguito alla sua
morte finalmente lo stupido Ashely dimostra perlomeno di provare dei sentimenti: distrutto dal dolore per la perdita della
moglie, Ashley guarda Rossella e le dice che Melania era il suo unico sogno che non fosse stato distrutto dalla realtà – facendo
cosi’ una gran figura da coglione, dimenticandosi (oserei dire “infischiandosene”) dei sentimenti della cognata.
Rhett Butler non ne può più, e mentre Melania esala gli ultimi respiri, raccatta le sue cose in una busta della spesa e pianta
Rossella una volta per tutte.
“Se te ne vai, che sarà di me?” – chiede lei, tra le lacrime.
“Francamente me ne infischio.” – risponde lui, nell’ovazione di tutti.
Improvvisamente una gran badilata di merda cade addosso a Rossella, a Tara e a tutta la compagnia: Rhett Butler se n’è
andato, scazzatissimo da tutta quella mandria di deficienti, e probabilmente a quest’ora starà già trombando con qualche
finezza del luogo.
Rossella, però, durante questa brutta avventura ha imparato la forza e la costanza (e soprattutto la coerenza!) e cosi’, una
volta realizzato che lo stupido Ashley è veramente un coglione rinsecchito, guarda il cielo con occhio vitreo e promette al
mondo la sua prossima missione: “Troverò un modo per riconquistarlo. Dopotutto, domani è un altro giorno!”
E, lasciatemelo dire, menomale.
❤ !