Gli alieni sono tra noi.

Pubblicato: 9 aprile 2011 da Ro Bianchin in Editoriali della settimana

Qualche tempo fa mi è capitato tra le mani un vecchio libro dei Guinness World Records – sezione Videogiochi – del 2008.

Avendo più o meno finito le scorte di tutto ciò che di leggibile avevo in casa (passando anche dal retro delle confezioni della pasta Barilla e attraversando il limbo delle etichette dei prodotti per la pulizia del bagno) non avevo trovato altro che il suddetto librozzo, e così vi avevo buttato un occhio.

Meglio sarebbe stato se non l’avessi fatto.

Lo so, lo so.

Chi ha letto il mio blog (futuro libro delle edizioni Aliberti, lassatemelo dì) sa che un’azione del genere a me porta solo guai.

Più o meno, è stato come infilare un coltello rovente in un bel panetto di burro appena tirato fuori dal frigo.

Sssssssssshhhhhhhttt…. fusione garantita.

Spizzicando a destra e sinistra, sono arrivata a pagina 86 e poi non ho retto più: il faccino innocente di tale “Lil Poison“, al secolo Victor de Leon III, classe 1998 per due occhioni lucidi montati su un viso sudamericano, mi ha attirato come una mosca al miele.

Nel 2008, epoca in cui fu redatto il libro che ho tra le mani, il decenne Lil Poison aveva rilasciato un’intervista da brivido da cui è emerso che:

– a due anni ha incominciato la “carriera” di videogiocatore

– a quattro anni ha partecipato alla sua prima gara

– a sei anni, reclutato dalla Major League Gaming, ha ottenuto il suo primo sponsor diventando il più giovane “giocatore professionista” (e qui scatta l’ossimoro) del mondo

– il padre e lo zio (meglio noto sul circuito di gaming on line come “Poison”) avrebbero bisogno di qualche anno di ripetizioni di pedagogia dalla terribile Tata Lucia di SoS Tata, possibilmente ammanettati al termosifone e costretti a tenere il televisore spento per l’intera durata del trattamento.

Lil Poison, infatti, deve il suo successo proprio ai costanti “allenamenti” frutto di ore e ore di “impegno” di babbo e zio.

A cosa ha portato una simile crociata stakanovista? Semplice.

Loro avrebbero bisogno di ripetizioni di puericultura.

Lil Poison le dà di Halo Tre.

Esatto, signori.

Il pargolo si permette di guadagnare dollarazzi smanettando davanti alla consolle e gridando in cuffia suggerimenti a chi prende lezioni da lui, il Maestro.
Il padre, ‘sto impunito, è anche convinto che il piccino diventerà milionario entro i diciotto anni.

Ancora non è chiaro se si tratti dell’età anagrafica del pupo, o del tempo di reclusione in galera che aspetta papà.

Venti milioni di anni di evoluzione per poi finire cosi’.Senza dignità.A provarci con le donne incinte nel peggiore dei reparti del supermercato: quello dei Pampers.Intendiamoci, non sono la sosia della Bellucci nè la fotocopia di Beyoncè, ma – pur con la mia sferica protuberanza occupata dal mio piccolo nuovo inquilino – faccio sempre la  mia “porca figura”.(libera citazione dal film “Fantozzi 2000”)
Sono li’, incerta se acquistare la confezione di 36 pannolini in pseudo-cotone-usa&getta a soli diciannove euro oppure se investire un paio di monete in più e comprare il megapaccozzo da 48 pannolini classici privi di nichel, cadmio e radon e di ogni sorta di minaccia chimica da sederino. Gli altoparlanti del supermercato diffondono musica chill-out (talmente out che non la ricorderei manco sotto tortura) e si avvicina l’ora dell’happy hour.Me ne accorgo dalla mole di vecchiette e di signori di una certa età che mi circonda: ormai sono rimasti solo loro, tutti i giovinastri sono usciti in caccia di prede a cui offrire mohito e caipirinha.
Il reparto pannolini è tranquillo e poco frequentato: realizzo che ho tutto il tempo di scegliere oculatamente quando -ops!- ne spunta uno.L’unico, l’ultimo rimasto.
Il single rampante che evidetemente non porta l’orologio e non si è accorto della magic hour: mi luma da lontano (certo, anche perchè se si avvicinasse si accorgerebbe che ho un paio di occhiaie che toccano le clavicole e una ricrescita che pare persino voluta) e – dimentico del fatto che fuori piove a dirotto e che i pavimenti del supermercato sono lucidissime piste da curling, arriva a passo strisciato.
Non si accorge – poveretto – che
a) Sono incinta,  e per questo ogni forma maschile (sia essa umana, sia essa Johnny Depp) mi stimola ormonalmente quanto un ghiacciolo ad un’eschimese.
b)Il reparto dei pannolini è quanto di piu’ triste e misero in cui tentare un approccio con sorriso a 32 denti
c) il pavimento è scivoloso.
Posso rivedere la scena al ralenty: lui si avvicina verso di me, sorride, si porta la mano ai capelli per darsi una ravvivata e mostrarmi il ciuffo ribelle e
SWIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIISHHHHH!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!! °_°
Scivola rovinosamente a terra, lasciando una scia d’acqua manco fosse una lumaca.
Non riesco nemmeno a ridere.

Se non ricevo post decenti in questi giorni, continuerò ad inserire insulsaggini di questo tipo.

Bassotto avvisato, mezzo salvato.

 

I sette vampiri piu’ pericolosi al mondo.

 

 

Vampirone – utile d’estate, nelle zone paludose e piene di zanzare. Normalmente a base di piretro, si accende con l’accendino e dura piu’ o meno un paio di ore.

Vampirla – ok, è il piu’ diffuso nel milanese.

Vampicio – variante torinese del  Vampirla.

Vampata – vampiro di sesso femminile che spesso visita le donne in menopausa.

Vamperverso – vampiro pericolosissimo: perennemente in erezione, ha strane tendenze sessuali che spesso sconfinano in Tiziano Ferro.

Vampirex – ottimo per la cucina a forno ventilato, a gas  e induzione, non rilascia sapori né odori e va comodamente in lavastoviglie.

Vampizza – iamme, iamme, ia’.


Vi ricordate i vostri – primi – quindici anni?

Chiudete gli occhi. Sono certa che, se vi impegnate, potete sentirne l’odore: scarpa da ginnastica a parte, ecco affiorare l’arrosto di vostra madre che impegnava la digestione domenicale, il profumo  che portava quella ragazza là, quella del penultimo banco, e l’odore della carta appena bagnata di evidenziatore fresco, durante l’estate – quell’ultima, fantastica e drammatica estate – della maturità.

Mi sono spesso domandata cosa sia il collante che tiene legati i ricordi nel nostro cervello e li “aggrega” in insiemi e sottoinsiemi che in quanto a variabili farebbero impallidire Margherita Hack.

Voglio dire, sei lì, mangi la tua cotoletta freddata e le tue patate al forno malamente scaldate al microonde e – BLAM! – con tutta la potenza di un quadro che cade alla Baricco, ecco che il ricordo fuoriesce dal tuo cervello e si pianta con insistenza davanti alla tua portata principale. Bloccandoti, peraltro, ogni genere di appetito.

Il vento caldo che accarezzava le corde dell’altalena, al parco giochi. Il pomeriggio della mia maturità, lo stesso giorno in cui avevo finalmente scoperto cosa volevo fare nella vita: sorprendere la gente all’ultimo. Lasciarla senza fiato. Farle credere di non essere che una mezza sega, elogio della mediocrità, salvo poi sparare il fuoco d’artificio più grande alla fine della serata.

Del resto, era andato più o meno così anche quell’esame. Cinque anni, più uno di ripetizione  che – si sa – fa sempre bene, se si hanno un quattro in matematica e un cinque in fisica, e mai uno stupido e minuscolo punto che fosse salito sopra il “dalseialsette” politicamente datomi da tre diverse prof di Italiano.

Cinque anni, più uno, passati a sentirmi dire che “sì, scrivi correttamente ma sei fredda, cupa, triste, pesante,pesante, pesante” da gente che riteneva  che “Rosso Malpelo” fosse una letturetta fresca fresca da salottino di alta borghesia. Da sciuretta dal parrucchiere, per intenderci. Povero Verga. Pesante, pesante, pesante.
Con i suoi personaggi sfigati e i suoi carichi di lupini.

Cinque anni, più uno, ad essere bollati come “insignificante” da gente che non stimavi più di quanto avresti stimato una deiezione canina.

Cinque anni, più uno, passati nel brodo caldo della mediocrità e poi – quel 17 luglio 1998 – il botto finale del tema di maturità. Su 300 maturandi, caddero solo tre giudizi a pieni voti.

Uno fu il mio.

BLAM! Il quadro che la  prof si era fatta di me crollò con un botto che ancora oggi riecheggia nei meandri dei miei insiemi e sottoinsiemi.

BLAM! Sei lì, tranquillo, affetti la tua cotoletta ormai gommosa e un sorriso ebete ti si stampa in faccia quando sì, una persona che stimi e ami e rispetti e apprezzi come il migliore degli amici ti ha appena detto che scrivi bene, che hai scritto cose meravigliose e che puoi farcela.

Tutto il resto, non ha sapore. O – perlomeno – ha quello di una cotoletta scaldata troppo tempo fa.

E BASTA CON ‘STO PISELLO!!!!!!!!!!!!!!!!!

Pubblicato: 1 febbraio 2011 da Lionwolf - Exehicks in Pan comune, mezzo gaudio.
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giovedì 20 gennaio 2011: entra la solita vecchia rugosa e stitica che, nei giorni positivi, amabilmente chiamo “Belfagor”.
“BONGIORNOOOOO.Che mi dà un etto di quegli amaretti??” – indicando col dito ritorto.
“Certo signora. Prego. Arrivederci.”
………
venerdì 21 gennaio 2011: torna Belfagor, corrucciata.
“BONGIORNOOOOO. Mi dia qualche amaretto. Ma non di quelli di ieri, che tenevano dentro i… i… come si dice? Tenevano dentro IL PISELLO, ecco!”
“Il pisello, signora?? Ma che pisello? Il pistacchio!”
“EEEH, E’ lo stesso. QUELLA ROBA LI’ che non mi piace. Me ne dia due etti.”
“Prego. Arrivederci.”
……………………………………
lunedi 24 gennaio: il ritorno di Belfagor. Stavolta incazzata.
“BONGIORNOOOOO. L’altra volta mi ha ridato gli amaretti con dentro il… con dentro il… il…iiiiiil….”
“Il pistacchio, signora?”
“NO! Non quello, l’altro!”
“Beh, signora, glie l’ho detto che li ho solo al pistacchio!”
“Eh, MA A MMME non PIACE il…il… Ma come si dice, iiiiil….???”
“Il pistacchio, signora. Il pistacchio, si dice.” – inizio a fumare di rabbia.
Belfagor incalza.
“VaBBENE. Me ne dia due etti, allora.”
“Due etti. Prego. Arrivederci. Grazie.”
……………………………….
giovedi’ 27 febbraio. Inizio a sognare Belfagor nuda, mentre si crogiola in una vasca da bagno piena di amaretti al pistacchio.
E non è una bella cosa.
“BONGIORNOOOO!”
“Buondi’, Belfa…hem, signora.”
“Vorrei due etti di quegli amaretti là, quelli che non mi piacciono… Quelli che hanno dentro il …il… iiiiiiil????”
Cieco di rabbia, esplodo.
“SIGNORA!!!!!! LA VOGLIAMO FINIRE COL DIRE CHE NEI MIEI AMARETTI C’E’ DENTRO IL PISELLO???????????????????! Vogliamo iniziare a chiamare le cose col giusto nome, eh??! Eh??
E ALLORA, PER DIO, LO CHIAMI COL NOME GIUSTO! NON SI DICE “PISELLO”!
SI DICE “CAZZOOOOOOOOOOO!!!!!”



Mai piu’ vista.

Da piccola ho frequentato le medie inferiori dalle suore.

Sì. Lo ammetto. Per tre anni ho cantato nel coro scolastico come voce di testa, e dalla mia bocca ormai sacrilega sono uscite

canzoni del calibro di “Uno mi ha detto che i fiumi” o “Kumbaiaaaamaiiilooord…”al ritmo di 20 minuti ogni giorno, dalle otto

e dieci alle otto e trenta del mattino.

Aula di canto.

Prima fila (Mai saputo, tra l’altro, se tale posizione di rilievo mi fosse data dalla particolare ugola d’oro o dalla mia infima

altezza espressa in centimetri ma anche facilmente esprimibile in millimetri).

Durante questi tre anni portentosi, fatti di polpette di carne dalla dubbia essenza e prontamente trafugabili per una rapida

infilata nelle tasche del grembiule, fatti di partite di calcetto guardate dagli spalti all’inizio e alla fine vissute in sana

promiscuità coi miei compagni di squadra – peraltro quando ormai era troppo tardi e il mio culo cominciava già ad essere

notabile non solo per lo scatto alla Shevchenko, fatti di “ritiri spirituali” in località esotiche dai nomi sconosciuti e boschivi,

fatti di gettoni per la macchinetta delle merendine, fatti di baci rubati nei locali del refettorio, fatti di scarpe di vernice coi

cinturini alla caviglia, fatti di gonne blu a pieghe e camice bianche, fatti di risate, gioia, senso dell’amicizia ma anche di

sacrificio, punizioni assurde, atti ribelli, gravidanze di amiche, fughe di altre, lotte tra molte e discussioni con tutte,

ho vissuto parecchi momenti che ricordo con intensa lucidità, ma uno più di tutti ha colpito la mia area dei ricordi e si è

cementato con la forza e la violenza di una pietra miliare del cinema.

Sto parlando del giorno in cui andai dall’economa (e poi, perchè chiamarla “economa”? Di economico non aveva proprio

niente) per comprarmi un nuovo quaderno, e scelsi lui. Scelsi lei. Scelsi entrambi.

Avvinghiati in primo piano, con un vortice di fiamme sullo sfondo e stretti in quella posa che fece la storia del cinema

romantico mondiale.

Scelsi Rossella O’Hara e Rhett Butler.

Clark Gable e Vivian Leigh.

Ovviamente tenni il quaderno per i miei pensieri e le mie prime ingenue creature pseudo-letterarie (ah, quanto pagherei per

riaverlo ora, per non averlo lasciato sparire nel tempo!) e continuai a svolgere gli esercizi di grammatica sui fogli protocollo

pinzati in alto a destra da mia madre.

Mi prendo la briga di portare avanti qui, in questa sede e in questo momento, la rubrica cinema-related Filmorror.

Inizio con il film che segnò il mio battesimo come scrittrice. Ma, se preferite, scribacchina, scrivana, riempirighe, stracciacazzi,

imbrattafogli e quant’altro.

Inizio con un film che finisce con una premessa che già va da sè: domani è un altro giorno.

Ebbè.

Mi sembra abbastanza chiaro.

E – se mi permetti – anche piuttosto normale. Al di là dei pochi sfigati che vivono nella zona dei poli, ogni volta che abbiamo il

piacere di posare la testolina sul cuscino e di passare la mezzanotte – voillà! Ecco che arriva l’altro giorno.

E la rata del mutuo si avvicina.

Più o meno, in ciccia, il filmazzo si sviluppa così: Sud degli Stati Uniti, 1861: due ricche famiglie di possidenti terrieri, gli

O’Hara, nella loro proprietà “Tara”, e i Wilkes nella vicina tenuta de “Le Dodici Querce”, vivono spensieratamente e in modo

mondano. (e qui anche Wikipedia è d’accordo con me)

Un giorno Rossella O’Hara viene a sapere che Ashley Wilkes ha intenzione di sposare la propria cugina Melania Hamilton,

donna dallo spessore emotivo paragonabile ad una sottiletta Fila&Fondi e dall’uso quantomai parsimonioso del fard. Rossella,

manco a dirlo, si prende parecchio male (per usare un eufemismo) e corre dallo stupido Ashley a dichiarargli il suo amore,

cercando di raggiungere il suo livello di cretineria pensando di riuscire a bloccare le nozze.

Ashley, però, ammette a Rossella di volerle bene ma di trovarla carina quanto un attacco di labirintite, e quindi di non essere

prettamente d’accordo nel convolare a nozze con una che ha il potere di spaccare vasi, porte e coglioni con un battito di

ciglia.

Rhett Butler, un mandriano strafico con tanto di baffo plastico e fronte corrugata, assiste alla reazione poco signorile di

Rossella, e – ovviamente – se ne innamora perdutamente trovandola fine, educata e posata proprio come si compete ad una

signora.

Peccato che, pur essendo un film d’amore, la guerra faccia il suo ingresso costringendo Ashley a partire per il fronte della

secessione. Rossella, per fargli un gran dispettone e rendergli facile e divertente la partenza, convola a nozze con l’insipido

fratello di Melania e nel giro di pochi minuti è già una moglie infelice e potenzialmente infedele.

La guerra è un disastro e un tripudio di sfighe per i poveri sudisti: mentre Rossella si consuma di preoccupazione per

Ashely-l’amorfo, il suo neomarito Hamilton schiatta in modo infame per un attacco di rosolia.

Esatto. Rosolia. Non una pallottola in testa.

Nè una fucilata tra capo e collo.

Nemmeno una ben più dignitosa badilata sul culo.

Un attacco di rosolia.

E va bien.

Rimasta vedova, Rossella si trasferisce ad Atlanta , dove vive Melania con la zia, nella speranza di poter vedere Ashley.

Mentre l’insipida Melania sta per partorire il figlio insipido del marito insipido, i nordisti attaccano la città e Rossella segna

un’altra tacca sulla pistola nel momento in cui comincia a fare la crocerossina controvoglia e a vegliare sulla cognata ormai in

fin di vita.

Ancora una volta qui compare il gnoccolone Rhett Butler che, prese su le due donne, le porta in salvo attraversando la città

in fiamme e dimostrandosi ancora piu’ fico del previsto.

Come ciliegina sulla torta, infine, confessa il suo amore per la bella e cretina Rossella e, stringendola nell’abbraccio

appassionato di cui sopra, dà vita a quell’immagine che tanto mi piace e ha segnato la mia infanzia.

Evidentemente Rossella non gradisce quanto me quell’approccio e, infatti, manda praticamente affanculo il bel mandriano e

gli dice di partire chiaramente per la guerra sperando pure di restarci secco – tanto col cavolo che gliela darà, al ritorno!

Giunta di nuovo a casa, Rossella trova la sua amata Tara (il nome della cascina) immersa nella merda più assoluta: i soldi sono

finiti, la madre è morta e il padre è diventato sciroccato e potenzialmente pericoloso almeno quanto Platinette.

Rossella assume il ruolo di capofamiglia e per la prima volta si mette a lavorare scoprendo che sì, quando la carta igienica

finisce, c’è bisogno davvero di qualcuno che metta un rotolo nuovo sul porta-carta igienica!

Improvvisamente esperta di cotone e piantagioni, Rossella aumenta la produzione della famiglia (incrementando pure il

lavoro minorile e spianando la strada a tutta quella serie di lavoretti di cui ancora oggi i cinesi sono detentori record) ma

nonostante la sua buona intenzione le tasse la abbattono e manca poco che l’ufficio di igiene faccia irruzione nei locali degli

schiavi.

Ma tant’è. Lei, oramai, è una donna di fatica e si è quasi pure rassegnata a cucirsi i vestiti coi tendoni del salotto buono pur di

accudire i reduci del fronte e di aiutarli a sopravvivere.

Tra questi, un giorno, compare lo stupido Ashley, che comincia a lavorare a Tara come pitturatore di culi di gallina, date le

sue attitudini.

Grazie anche all’impegno di Ashley, le cose per Tara vanno sempre peggio, finchè Rossella non si rassegna a raggiungere il

bel Rhett Butler per chiedergli un prestito.

“Me la dai?” – le chiede il madriano, sorridendo sghembo.

“Assolutamente no. Piuttosto la morte.” – risponde lei, sicura di sè.

“Allora ti scordi la bustarella” – dice lui, arrotolandosi i baffi.

“E te ti scordi il bunga-bunga per i prossimi ventidue anni.” – risponde Rossella, girando i tacchi e tornando a casa.

Per arricchire il curriculum, poi, Rossella frega pure il ricco fidanzato alla sorella Susele e se lo sposa, ma visto che niente

niente porta un pochetto sfiga, il povero secondo marito ci rimette le bacchette durante una sparatoria per un regolamento di

conti. Anche lo stupido Ashley, durante il casino, rimane ferito, ma – indovina! – ecco che interviene il buon Rhett e salva di

nuovo la pelle ad entrambi.

Rhett, finalmente, dopo questa sortita alla Action Man riesce a sposare Rossella e – udite udite – a farci del sesso.

Dopo nove mesi, i due hanno una bambina, Diletta, che però – essendo figlia di Rossella – muore impietosamente cadendo da

cavallo non prima di aver urlato al mondo “Cazzo, che sfiga di merda essere nata in questa famiglia! La prossima volta

rinasco cicala!”.

Pure Melania, per non essere da meno, alla fine riesce a morire con una pietosa scena strappalacrime e in seguito alla sua

morte finalmente lo stupido Ashely dimostra perlomeno di provare dei sentimenti: distrutto dal dolore per la perdita della

moglie, Ashley guarda Rossella e le dice che Melania era il suo unico sogno che non fosse stato distrutto dalla realtà – facendo

cosi’ una gran figura da coglione, dimenticandosi (oserei dire “infischiandosene”) dei sentimenti della cognata.

Rhett Butler non ne può più, e mentre Melania esala gli ultimi respiri, raccatta le sue cose in una busta della spesa e pianta

Rossella una volta per tutte.

“Se te ne vai, che sarà di me?” – chiede lei, tra le lacrime.

“Francamente me ne infischio.” – risponde lui, nell’ovazione di tutti.

Improvvisamente una gran badilata di merda cade addosso a Rossella, a Tara e a tutta la compagnia: Rhett Butler se n’è

andato, scazzatissimo da tutta quella mandria di deficienti, e probabilmente a quest’ora starà già trombando con qualche

finezza del luogo.

Rossella, però, durante questa brutta avventura ha imparato la forza e la costanza (e soprattutto la coerenza!) e cosi’, una

volta realizzato che lo stupido Ashley è veramente un coglione rinsecchito, guarda il cielo con occhio vitreo e promette al

mondo la sua prossima missione: “Troverò un modo per riconquistarlo. Dopotutto, domani è un altro giorno!”

E, lasciatemelo dire, menomale.

❤ !

Donna nana, tutta tana.

Pubblicato: 24 gennaio 2011 da Ro Bianchin in Editoriali della settimana


Se avessi i soldi per avviare un’attività tutta mia, credo la chiamerei “Donna nana tutta tana” e si tratterebbe

della più bella cinquantina di metri quadri di vestiti corti, gonne corte, collant corti e scarpe taglia 34 del mondo.

“Donna nana” , perché – si sa – noi italiche siamo così: alte un puffo e una mela (con buona pace delle svedesi, note

banane) e perennemente in lotta con l’orlo.

Ho comprato un paio di autoreggenti taglia 1°: sono bellissime, coi loro fiocchetti decorati da piccole passamanerie

e micro-ponpon, ma credo che le metterò da parte per la prima uscita in skilift. Nel caso del bisogno, infatti, potrò tranquillamente

tirarmele fino alla gola e potrò far senza comprare una tuta da neve integrale.

Altra possibilità: le appenderò alle pareti del bagno e le userò come fili per stendere il bucato.

E – nota non da poco – il mio bagno è lungo almeno un paio di metri.

Ora mi chiedo: ma se la taglia 1° offre così tanta lunghezza, cosa sarà mai la taglia 4° e –soprattutto- la fortunata proprietaria

elle gambe che andranno ad inguainarsi in così tanta abbondanza, sarà davvero italiana? E poi, più in generale, sarà davvero umana?

“Donna nana” perché non se ne può più di comprare un paio di pantaloni salvo poi relegarli in fondo all’armadio perché – sì, ci fanno sentire

tappi di bottiglia con la loro spaventosa lunghezza al cavallo.

“Donna nana” perché le maxi gonne sono una razza proibita, ormai oserei dire estinta.

“Donna nana”, per la commessa del Despar che ogni giorno vedo sperduta tra un risvolto e l’altro di quella pazzesca giacca col bavero a rigoline,

per la mia vicina di casa che ama la scarpa col tacco ma porta il trentatré (e spesso sembra camminare in punta di dita),

per le amiche che non arrivano a prendere il vasetto di sottaceti alla corsia alta del super e anche per me, con le mie autoreggenti ascellari

e le tshirt che posso tranquillamente usare come maxi-pull: per tutte noi, un tripudio di taglie corte e –per una volta! – giuste.

Se ognuno di voi mi dona 1 euro sul paypal, nel giro di una decina di anni siamo su piazza.

 

Ciao, sana, vecchia cattiveria

Pubblicato: 21 gennaio 2011 da motherbrave in Sorcietà.
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Inizio l’anno in un mood nostalgico.

Mi ricordo delle mie scuole elementari, quando ero una bambina curiosa, esuberante, prepotente, permalosa e felice. Ho ricordi di cose emozionanti che i miei figli non vivranno mai. Per esempio le corse in bicicletta, in discesa, senza casco, paracolpi, catarifrangenti, luci di posizione, airbag. Oppure le arrampicate sugli alberi, senza che nessuno stesse sotto per prendermi, senza reti di protezione, senza norme iso 9001 e senza pagare un biglietto. Mi ricordo la violenza dei cartoni animati, l’angoscia esistenziale che suscitavano Candy Candy e Remi, l’eterna lotta tra il bene e il male. Un male spietato, che uccideva, sparava, picchiava, squartava. E mi ricordo anche la crudezza della vita e dei rapporti con gli altri. Quando prendevi in giro la bambina andicappata che era in classe con te, quando, se volevi insultare qualcuno, gli dicevi che era mongoloide, quando, se uno era grasso era ciccione e basta, e non “affetto da problemi di tiroide”. I negri erano negri. Gli spazzini erano spazzini e le bidelle erano bidelle.

Però. Però con quella bambina andicappata ci giocavamo tutti, e al ciccione non lo guardavamo con pietà, e i negri attiravano la nostra attenzione perché avevano un colore della pelle diverso dal nostro, ma finiva lì. E gli spazzini pulivano le strade e le bidelle pulivano i banchi.

Oggi si va in bici dopo aver seguito un corso di formazione specializzato, al posto degli alberi ci sono i parchi avventura, i cartoni animati sviluppano le competenze linguistiche e di apprendimento, gli andicappati sono diversamente abili, i bambini “con la tendenza all’adiposi” sono seguiti da un nutrizionista, i negri sono neri, gli spazzini sono operatori ecologici e le bidelle sono operatrici scolastiche.

E la gente è sempre più stronza. Come ve lo spiegate?

Ecco cosa succede quando si cambia il lessico per seguire la moda del politically correct, senza preoccuparsi della sostanza. Quando tutto si riduce alla superficialità delle definizioni, senza considerare più la componente umana. Quando l’ipocrisia vince sulla trasparenza. Quando i Teletubbies vincono sull’Uomo Tigre, che con loro ha perso il suo unico incontro.

L’amore è un ristorante.

Pubblicato: 14 gennaio 2011 da Ro Bianchin in Editoriali della settimana

C’è quello che ama le cose dolci.

C’è quello che non si alza se non ha preso l’amaro.

C’è chi ordina primo, secondo, contorno, caffè, ammazzacaffè e tiramisù e si strafoga fino a farsi del male.

C’è chi ordina solo un piatto leggero.

C’è anche chi è abbonato alla solita minestra.

Avete mai notato che, tra l’altro, ognuno di noi mangia in modo differente?

Alcuni divorano tutto in pochi secondi, e in un attimo si son bruciati tutto.

Alcuni invece assaporano ogni pasto con lentezza e cerimoniosità, quasi fosse l’ultimo.

Altri non fanno che fermarsi davanti al menù all’ingresso, salvo poi proseguire e saltare il pranzo.

Molti non si fanno problemi, ed entrano a spron battuto anche quando non hanno intenzione di pagare.

Certa gente è l’eterna indecisa: ordina il primo, ma una volta ricevuto, si rende conto che avrebbe preferito il secondo.

Altrettante persone fanno una cosa deprecabile e antipatica: spizzicano dal piatto altrui, fottendosene dell’etichetta.

Alcuni sono gelosi del proprio dessert, e lo difendono con le unghie e con i denti, passando per scorbutici ed egoisti.

Altri offrono a tutti il proprio piatto, strafottendosene che magari a nessuno interessa.

E poi ci sono quelli che hanno problemi.

Quelli che non mangiano da secoli, e sembrano sempre affamati.

Quelli che, invece, di mangiare non ne possono più e promettono giurando e spergiurando che “d’ora in poi solo verdure”.

Quelli che se assaggiano qualcosa di proibito, poi accusano un malessere che spesso è tutta fantasia.

Quelli che inghiottono, inghiottono, inghiottono e in realtà non sanno manco cos’hanno nel piatto.

Quelli che mangiano per anni la stessa cosa, e d’un tratto, si rendono conto che no, non gli piace un cazzo.

Ed infine, i più pericolosi: quelli che si siedono in disparte, aspettano che tutti abbiano mangiato e poi, quando le cose si raffreddano – si avventano.

 

  1. ho visto “cattivissimo me” ed ho riso come una pazza;
  2. ho visto l’ultima puntata di “the big bang theory” ed ho riso come una pazza;
  3. ho fatto la merendina con il thè con i biscottini;
  4. Penny mi ha fatto un sacco di coccole;
  5. sono riuscita a mettere a posto una parte dei fumetti ed ora l’angolo caos sta meglio
  6. domani è Domenica, quindi ancora non dovrò lavorare;
  7. ho un barattolo di Nutella quasi pieno [e non ho paura di usarlo];
  8. la signorina di Vodafone mi ha riattivato la promozione che mi si era cancellata dall’I-phone;
  9. la signorina della Vodafone mi ridarà anche tutti i soldi in più che mi erano stati addebitati;
  10. Simone ha condiviso con me tutte queste cose!

Buon week-end a tutti.